La Strada dei Mulini e i suoi protagonisti

il bastiere Francesco Repetti - una vita… in sella

Ad aprirci le porte del suo appartamento, in una piccola palazzina nel centro di Pianello, è proprio Francesco Repetti, e a farmi compagnia, oltre a Mary, è Fausto Borghi. Particolareggiata è la prima parte del racconto quando parla dei genitori, dei fratelli e di un tempo lontano circa settant’anni fa. Lui è lo storico sellaio della Val Tidone, ma forse di tutta la provincia piacentina, a soli due anni da quota novanta, portati ottimamente, nel fisico e nella mente, lucida e veloce. Parla del nonno e parla di papà, e parla della professione di sellaio, di come un giorno si ritrova continuatore di questa tradizione di famiglia. – Non ero tanto contento di fare questo mestiere – ricorda Francesco – non mi piaceva tanto, ma papà non poteva più farlo, perché non stava bene. Un giorno che eravamo tutti a tavola, mi disse “Francesco, mi sa che tocca a te! io non riesco più… te la senti di continuare la mia attività? – i suoi occhi adesso luccicano un po, ma continua: - se solo gli avessi dovuto dire quello che sentivo dentro gli avrei risposto: no, proprio no, non mi piace fare il sellaio! Ma come potevo; papà già non stava bene e con quella risposta gli avrei provocato più dolore ancora… no, non potevo –. Sembra lontano, mentre ricorda, con il capo un po chino, pare riviva come fosse ieri quel momento, quelle sensazioni; poi con un movimento deciso, si rivolge a me guardandomi, e come vedesse papà, mi dice – certo che me la sento, sono pronto! Così mi rivolsi a papà e lui sorrise. Ricordo quanto apprezzai quella sua espressione, ma anche quanto soffrii l’idea di dover cominciare quel mestiere. Poi in seguito capitò tutto così in fretta. Arrivò la seconda guerra e fui arruolato con gli alpini, così mi mandarono a Pinerolo dove ebbi modo di specializzarmi nella mia futura professione; venni assegnato, guarda caso, alla selleria reggimentale, un reparto importante e dove c’era molto da lavorare, ma per me soprattutto, molto da imparare, per perfezionare quegli insegnamenti acquisiti a fianco di papà -. Francesco spiega quanti piccoli trucchi del mestiere, all’apparenza insignificanti, si porta a casa da quell’esperienza militare. Ed entra da quel momento in contatto con la realtà del suo paese, con quella che è l’economia trainante a quel tempo, rappresentata dal lavoro dei mulini, dei mugnai. – Erano tanti i mulini in zona – riattacca Francesco – e tante erano le famiglie che attorno vi lavoravano, ognuna delle quali avevano muli, asini, cavalli. Ricordo papà, come tutti quanti all’epoca, che festeggiava con abbondanti bevute di vino tutti i buoni affari conclusi. Ma ora toccava a me… Tuttavia capii subito che i miei timori non avevano ragion d’essere, poiché non trovai difficoltà ad acquisire lavori, anzi…tra l’altro Pianello all’epoca era uno tra i più importanti centri della provincia per mercato del bestiame, con una frequentatissima fiera. E poi c’erano i “taxi”, carretti trainati da un cavallo, ma soprattutto la mitica “giardiniera”, una carrozza che poteva trasportare fino a 22 persone trainata da due o tre cavalli. I muli invece servivano più per i lavori di campagna, per il trasporto di tante cose, come ad esempio, le “baghe”, pelli di capra ben pulite e cucite, una sorta di otri, per contenere il vino -. Francesco nota una mia espressione di perplessità e così spiega – si, certo, pelli di capra per trasportare il vino, che non veniva minimamente alterato nel suo sapore, nel suo profumo, grazie ad un trattamento particolare che veniva applicato alle pelli. –Le maggiori soddisfazioni, dice Francesco, le ottiene negli anni a cavallo tra il ’60 e l’80, una ventina d’anni di consensi ed apprezzamenti sempre crescenti, con la creazione di una linea di selle che incontra il favore del mercato, grazie all’accurata manifattura, alla qualità delle pelli, alla cura dei particolari. Prima di salutarci, vuole raccontarci un episodio che lo vede al fianco di papà, alle prese con un cavallo ammalato al quale andava somministrato un beverone di medicinali, e così ricorda – c’era il veterinario di Pianello che conduceva le operazioni e disse al papà di stare attento perché il cavallo poteva imbizzarrirsi, reagire scalciando e facendo male; e che era necessario tenerlo stretto per la lingua. Così papà fece, mentre il veterinario faceva deglutire la medicina al cavallo, lo stesso con uno scatto del muso improvviso all’indietro, lasciò tra le mani di papà un bel pezzo di lingua! Ci rimasi tanto male… - dice Francesco. Pure noi… dico io.

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